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Posted by / 19-Sep-2019 10:42

Anche il moto di Zanzotto, almeno per una parte della nsua opera, è un autentico interrarsi alla ricerca del sacro.Ma mentre quello di Montale era davvero "l’inno nel fango", ovvero il sublime trascinato nel fango (come in quel famoso fango del macadam in cui Baudelaire aveva fatto finire l’aureola poetica), quello di Zanzotto sarà, piuttosto, "l’inno dal fango", resurrezione imprevedibile quanto quella di Lazzaro.C’è poi un secondo aspetto: la poesia di Zanzotto, che da Vocativo mostra una sempre crescente autoriflessività, si fa sempre più discorso sulla poesia attraverso la lingua del corpo, nell’articolarsi di innumerevoli paradigmi scientifici applicati, convoca con frequenza impressionante un altro fenomeno fisiologico di espulsione, il vomito.E se si pensa ad un distico come «vivipara in effusa ovatura / cornucopiosa [come cacatura]» (Pasqua di maggio), nel quale il simbolo classico dell’abbondanza, la cornucopia, viene accoppiata alla "cacatura", non potrà non sorgere il dubbio che entrambe le deiezioni, ancorché tanto diverse, vengano ad assumere una valenza metapoetica, significando appunto la copiosissima musa di Zanzotto.

D’altro canto il vomito, evidente sintomo isterico, non potrà non ricollegarsi a «quegli oscuri linguaggi totalmente somatici, assai vicini a quelli dell’isteria» che accompagnano, secondo Zanzotto, il soggetto colto dall’incubo di un «vuoto di lingua».

Passo nel quale va notato il significativo prorompere di un verbo tipicamente montaliano come interrarsi, ben presente alla memoria di Zanzotto, e che ci conduce direttamente all’approdo inevitabile del nostro discorso, Il Galateo in Bosco.

Si potrebbe affermare che una evoluzione interna spinge il poeta di Soligo da "dietro il paesaggio" a "sotto il paesaggio".

Naturalmente tale incubo, la sensazione incancellabile dello spossessamento e della frantumazione patita dalla lingua alienata, mercificata della modernità, viene avvertito anche dal poeta di Soligo, che reagisce attraverso una compensazione frenetica: si pensi alla ricerca di autenticità nel petèl, nel nativo dialetto solighese, nel balbettìo, nell’estensione abusiva di uno statuto verbo-nominale anche a prefissi, suffissi, desinenze, interiezioni e onomatopee, al citazionismo, e soprattutto all’esplosione di ideogrammi, che raggiunge il suo apice proprio tra Pasque e il Galateo.

La poesia di Zanzotto è sempre più "isterica": la sintassi si liquefa, e lascia il posto a una cascata di significanti in serie, aggregati gli uni agli altri da maggiori o minori densità foniche.

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